Il 9 settembre 1943 un violento bombardamento aereo si abbatté su
Capua, riducendola a un ammasso di rovine. Il Museo Campano di Palazzo
Antignano, definito dal grande archeologo Amedeo Maiuri «il più
significativo della civiltà italica della Campania», seguì la sorte di
molti altri edifici rasi al suolo. Fortunatamente tutte le collezioni
erano state preventivamente messe al sicuro e custodite dal direttore,
Luigi Garofano Venosta, e così potettero essere salvate. Un patrimonio
della memoria e della nostra identità collettiva: tra le gemme sottratte
alla devastazione e all'oblìo v'erano le Matres Matutae, sculture in
tufo raffiguranti donne sedute con in grembo uno o più bambini in fasce:
lo scrigno più singolare e potente del Museo Campano.
Possiamo solo immaginare lo stupore degli archeologi che quasi due secoli fa si imbatterono nelle Madri di tufo.
Perché quelle Madri erano la testimonianza di un culto antichissimo,
celebrato dalle grandi civiltà del passato e radicato soprattutto nel
bacino mediterraneo. I resti di una grande ara votiva con fregi
architettonici e iscrizioni in lingua osca vennero alla luce nel 1845,
accidentalmente, durante uno scavo eseguito per lavori agricoli in
località Petrara, in un fondo appartenente all'architetto Carlo
Patturelli. In quell'occasione cominciarono a riemergere dalla terra
anche decine di Madri scolpite, le Matres Matutae dell'antica Capua. Dal
1873 al 1887 si effettuarono nuove ricerche, stavolta con finalità
archeologiche: vennero così definitivamente alla luce numerose statue in
tufo riproducenti quasi tutte una donna seduta con uno o più bambini
tra le braccia, a riprova della presenza, in quel luogo, di un tempio
antichissimo. Ma una Madre differiva da tutte le altre: invece di
reggere un neonato tra le braccia aveva nella mano destra un melograno
(l'ultimo frutto della stagione, che alla maturazione si spaccava
lasciando scorgere i suoi semi) e nella sinistra una colomba, simboli
della fecondità e della pace. Lei, e solo lei, doveva rappresentare
qualcosa di diverso: la vera dea tutelare del tempio dedicato alla
maternità. La dea era la Mater Matuta, antica divinità italica
dell'aurora e della nascita e le Madri rappresentavano altrettanti ex
voto; un'offerta propiziatoria ma anche un simbolo di gratitudine per la
concessione del sommo bene della fecondità.
Le statue in tufo delle Matres, dunque, furono trovate attorno ai resti di una grande ara: un
templum orientato secondo i quattro punti cardinali e dedicato, si
pensa, alla Grande Madre, la Dea Italica preromana risalente al
matriarcato: un culto antichissimo (le tracce condurrebbero al 1.500
a.C.) che nella mitologia greca si identifica con Leucotea e in quella
romana viene identificata con Cerere, dea della crescita, con
riferimento alla fertilità non solo della donna ma anche della terra (e
non c'è da stupirsi che un tempio dedicato alla Dea Madre sorgesse a
Capua, capitale della feconda Campania Felix). Un meraviglioso labirinto
di culti e di civiltà lontane: su tutto questo, la figura imperiale e
maestosa della Mater Matuta (o propizia) chiamata anche Grande Madre o
Dea Bianca, nell'antica Roma onorata con una festa - i Matralia - che
veniva celebrata l'11 giugno.
Nel 1930 Amedeo Maiuri - nominato,
nel 1924, sovrintendente alle Antichità di Napoli e del Mezzogiorno, e
anche direttore del Museo Archeologico di Napoli - richiamò sulle
sculture ritrovate a Capua l'attenzione degli studiosi di tutto il
mondo. Germogliarono, così, nuovi studi e nuove ricerche sulle Madri
oggi custodite, come il più prezioso dei tesori, nel Museo di Capua. Le
Madri formano un complesso unico nel suo genere e un raro documento in
Campania di scultura pre-imperiale: memoria di pietra e testimonianza di
un culto con il quale gli antichi campani onoravano il mistero della
vita considerando la maternità come un dono divino e avvolgendo di
spiritualità l'evento della nascita ritenendolo cosa sacra, come tutto
ciò che di vitale esce dal seno della natura.
Cronologicamente, le Matres Matutae di Capua si collocano in un arco di tempo che va dal VI al II sec. a.C.
Ma il VI secolo, avvertono gli esperti, non può essere considerato il
periodo di inizio, poiché alcuni esemplari posseduti sono da attribuirsi
ad epoche precedenti, paragonando la loro arcaicità a quella dei
monumenti preistorici, tali da essere definiti i prodotti più ingenui
della scultura di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
«I più
antichi culti conosciuti dall'umanità furono tributati a una Grande Dea,
Madre della natura e degli uomini», scrisse Jean Varenne, orientalista e
storico delle religioni, tra i più importanti studiosi delle religioni
dei popoli indoeuropei. Tra i prodotti più singolari della scultura di
tutti i tempi, le matres di Capua sono simulacri votivi raffiguranti
donne sedute, rivestite da una tunica o un lungo mantello e che reggono
in braccio e sul grembo uno o più bambini in fasce. Ciascuna di queste
donne offre sé stessa e la sua prole alla divinità tutelare nel tempio,
la Grande Madre. Le matres più prolifiche sono rappresentate con dodici
figli ciascuna. Tre, invece, sono accovacciate, forse in procinto di
partorire. Alcune sono scolpite con forme più primitive, altre meglio
definite e in migliore stato di conservazione.